ESSERE MEDICO e ODONTOIATRA OGGI COLTIVANDO I VALORI DEL PASSATO PDF Stampa E-mail
Sabato 07 Novembre 2015 22:09

In un recente editoriale pubblicato su Medscape, la piattaforma di informazione medica, è stata pubblicata  l’ immagine  di un medico ricurvo su se stesso   che ci dice quasi tutto  su quello che è il sentire   pubblico del medico e sugli ostacoli che  ogni giorno  questo  sanitario affronta nell’esercizio della propria professione.

Oggi la “medicina”  quale impresa sociale  non risponde e non corrisponde più al modello tradizionale, come rispondeva e corrispondeva solo alcuni lustri fa.    Presenta cruciali divaricazioni; la prima tutta interna alla stessa disciplina “Medicina”, tra i suoi contenuti e i suoi scopi ovvero tra canone e statuto. La sanità, contenitore organizzativo principale della medicina-scienza è a sua volta non coerente con l’esercizio professionale.

 E’ una divaricazione che si riflette nell’esercizio professionale, esercizio costituito da pratiche e modalità operative, ovvero da abilità acquisite sulla scorta delle competenze con una costante e sottile delegittimazione dell’operato dei medici sia che operino nel pubblico che nel privato.

La sanità pubblica non risponde, infatti, appieno alla domanda di salute e sociale del paese e si dibatte fra il miraggio di una sanità di qualità e la realtà di una sanità amministrata e compartecipata nelle spese per i noti problemi economici.

 E’ sicuramente per questo che possiamo affermare che siamo in presenza  di almeno tre storie che non coincidono più: la storia della medicina, la storia della salute e la storia della sanità . 

 La storia della medicina possiede ancora di se’ la capacità di definire il proprio corso in maniera autonoma utilizzando il metodo scientifico.

Mi piace ricordare che nel corso della storia molti sistemi epistemologici medici si sono affermati, ricordo solo quelli che si sono alternati nell’epoca scientifica : il paradigma anatomo-clinico di Giovanbattista Morgagni cui è seguito il paradigma cellulo-fisiopatologico di R.Virchow fino all’attuale paradigma molecolare.

 La biologia molecolare è  infatti oggi considerata la base interpretativa di ogni fenomeno cellulare e fisiopatologico.

 Si cerca la spiegazione dei processi morbosi nei meccanismi che modificano le molecole facenti parte dei vari sistemi anatomici o fisiologici.Lo scientismo della medicina ha avuto sicuramente il merito di permettere lo sviluppo conoscitivo e tecnologico impensabile fino a pochi decenni fa e ne fanno testo i grandi traguardi raggiunti: mortalità infantile ridotta in modo drastico, allungamento della durata della vita (ogni 5 anni la vita si prolunga di un anno),livelli di sopravvivenza dopo la malattia oncologica , paragonabili se non migliori, a quelli espressi dalle nazioni più avanzate.

E’ pur vero che nonostante che la medicina continui a marcare i suoi trionfi e a tacitare i suoi critici, essa sta incontrando diverse difficoltà nel suo modo di fare conoscenza, nella sua epistemologia come direbbero i filosofi. Oggi i dati che emergono ci portano a prendere atto anche che anche la teoria molecolare sembra insufficiente per affrontare le grandi problematiche della medicina attuale come le patologie tumorali, le  neuro psichiatriche e la cronicità. Il genoma di un essere vivente, anche quando completamente sequenziato, non  ci permette di comprendere tutte le funzioni biologiche che caratterizzano un organismo;  funzioni che dipendono da molteplici fattori, tra i quali le vie regolatorie e metaboliche delle proteine. 

 Infatti il dogma  centrale  della genomica , un gene  un solo  enzima , è  superato !. Basti pensare al 98% di DNA presente nell’uomo e definito spazzatura fino a poco tempo fa e che oggi è ritenuto sede di regolazione per quel 2% di DNA attivo  che ci caratterizza  e  che rende ognuno di noi  una unita biologica unica  e  irripetibile ( per intenderci  la scienza  ci conferma sempre di più che siamo un soggetto e non oggetto, realtà cui era pervenuta la filosofia  da tempo  e che oggi trova conferma  nella scienza) . 

Oggi le scienze “omiche”  che costituiscono la scienza post-genomica ( trascrittomica, proteomica, metabolomica)  stanno rivoluzionando l'approccio alla biologia e allo studio delle malattie  modificando in toto  il pensiero biologico .

 Se negli ultimi tre secoli i sistemi biologici erano paragonati e messi in relazione allo sviluppo delle conoscenze che caratterizzavano il singolo periodo : alla meccanica di un orologio nel diciottesimo secolo, alle macchine termodinamiche nel diciannovesimo secolo ,ai computer digitali guidati da porte logiche nel secolo appena trascorso, oggi, nel mondo governato dal world-wide-web (www), si è arrivati a rappresentare i sistemi biologici come un “network” con il risultato di una specifica e  singola  regolazione per ognuno di noi. .  

 E il medico ?

Di fronte ad una medicina che non può che essere scientificamente personalizzata si ritrova gli stessi problemi del clinico di  fine Ottocento.

 Pertanto il passaggio di quest’ultimo millennio è come una “moviola” che ripercorre il lungo percorso di costruzione paradigmatica del pensiero medico in cui al pre-scientifico che precede lo scientifico, segue oggi il post-scientifico che sta elaborando un’idea molto più complessa di scienza rispetto a quella positivista fino ad oggi vigente.

La medicina è, infatti,   una disciplina  declinata dalla società di riferimento e oggi   questa società   è pervasa  da qualcosa di epocale che  interessa   diversi aspetti del nostro vivere civile : la società, l’economia, la cultura, il pensiero, le concezioni di fondo del mondo. 

    

 Ci sono cambiamenti che comportano tante piccole crisi che si riflettono in medicina, veri punti di attrito tra ciò che è e ciò che non è ancora e che per la maggior parte costituiscono il grosso delle nostre cure quotidiane: il contenzioso legale, le aziende, le politiche economicistiche, le compatibilità, i rapporti con le altre professioni, i problemi della fallibilità, le sfide bioetiche, le tecnologie, i problemi di delegittimazione professionale, i ritardi dell’università………. La società nel confrontarsi con la medicina  definisce il genere di  medicina ovvero di malato, di malattia, di conoscenza, di salute, di medico, di scienza, di tutela, di servizio.

Tutte queste concezioni attraverso catene di deduzioni logiche  successive, a loro volta  specificano se  il malato puo’ essere visto in un certo modo ,quale sara’ l’organizzazione delle  pratiche e quali saranno le prassi mediche   che permetteranno  un certo tipo di rapporto con il malato, con certi servizi, con un certo tipo di politica , con certe professioni .   Queste piccole “matrioske”  dovrebbero essere contenute in una grande “ matrioska”  favorendo la coerenza   del paradigma ovvero   facilitando la coesione delle diverse deduzioni . Tutto ciò ci consentirebbe di vedere il paziente in maniera lineare e coerente perché’ gli scopi centrati su questo soggetto dovrebbero essere interdipendenti, interconnessi e circolari .

Se al contrario nella costellazione delle concezioni di un paradigma, subentrano delle contraddizioni per esempio tra come si concepisce il malato, come si cura o tra la concezione di cura e l’organizzazione, viene a mancare la coerenza paradigmatica e subentrano i conflitti, i malesseri, i nuovi problemi.  

 Oggi nella società l’esperienza di malattia e di guarigione risuona per il malato secondo una gamma ben più ampia di significati rispetto a quelli che sono organizzati  in sanità .

La domanda di salute s’inserisce in un quadro sociale caratterizzato da un’attenzione all’efficienza fisica, progressiva scotomizzazione della morte saldandosi con una corrente di valori fluida e composita .

De Rita presidente del Censis ha definito la nostra società, una “poltiglia”, una “società mucillagine” composta di tanti coriandoli che stanno l’uno accanto all’altro, ma non stanno insieme. E quindi c’è, infatti, una crisi importata nella medicina dall’esterno dalla società cui si riferisce.

La società civile è poi cresciuta nella consapevolezza dei suoi diritti, una società che nella storia dell’otto-novecento ha espresso con la politica un rapporto virtuoso tra sviluppo industriale e Welfare inaugurato nel secolo scorso in Germania con Bismarck e sostenuto in Italia con le politiche keynesiane sulla domanda pubblica.

Ciò ha favorito una  produzione legislativa che ha dato risposte concrete e quindi nuove tutele  ai nuovi bisogni che  l’OMS  ha definito  con un certo azzardo  benessere bio-psico- sociale.

In definitiva la  domanda sociale spinge anche nel cambiamento  dell’approccio  tradizionale alla cura  , sono messi in discussione i tradizionale modelli di malattia,   e tutto cio ‘ richiede  sempre di piu’ una attenzione all’individualita’  del paziente, alla sua  singolarita’ , alla sua specificita’.

 La storia della salute ; solo in parte  si rapporta con la  medicina  ed e’ una  storia  che sta influenzando  profondamente il pensiero bioetico generale portando ad  alcune proposte:

  • divulgazione del concetto di medicina sociale che si ottiene spostando il concetto di salute da una prospettiva individuale ad una collettiva;
  • attenuazione del perfezionismo medico;
  • miglioramento delle condizioni economiche e sociali di fondo;
  • accettazione dell’aspettativa media di vita dei paesi sviluppati.

In breve, la storia della salute riprende un tema molto caro all’ambientalismo medico: la ricerca di un equilibrio tra la medicina moderna curativa - PANACEA - con la pratica dell’igiene e prevenzione – IGEA - cercando di vivere entro i confini della natura, attenendosi ai suoi ritmi, alla responsabilità umana, facendo della medicina-della-cura non solo una strategia secondaria e limitandone le aspirazioni sul terreno delle tecnologie avanzate.

Nella storiografia medica il problema della salute lo si trova proposto  anche   in pieno scientismo  per esempio dal clinico tedesco  Rudolf  Wirchov nella seconda metà dell’ottocento  che   sposta  l’attenzione dal modello di difetto della malattia ai potenziali di salute correlati con gli ambienti sociali ed istituzionali della vita di  quel tempo ( la tubercolosi dei minatori della Slesia ).

Era talmente ostinato nel suo pensiero che oso ‘sfidare a  duello perfino il Bismarck.   Curiosamente lo stesso episodio capitò anche in Italia quasi nello stesso periodo e per gli stessi motivi, tra il clinico medico padovano Achille de Giovanni e il marchese Giovanni d’Adda, amministratore dell’Ospedale maggiore di Milano.  Achille  De Giovanni sarà il primo presidente dell’ordine dei Medici di Padova e fondatore  della teoria costituzionalistica , quella per intenderci che anticiperà  di un secolo la genomica.

 L’obbiettivo salute,   non trova oggi   ancora  una offerta esaustiva  ne’ nella medicina ne’ nella sanità  proprio perché’  esiste  la difficoltà, da parte dei decisori, di allargare il raggio d’azione  che richiederebbe  una azione politica  più complessiva ed ispirata a tale domanda.

Occorrerebbe prima di tutto di un linguaggio comune, condiviso, e di conseguenza di un modello di medicina che promuova la salute nell’ambiente, considerando gli ambienti in maniera globale  per le note influenze dei fattori  di differenza culturale, economica e politica.

La storia della sanità; sulla sanità si è riposta sempre molta attenzione (tre riforme) ma nonostante  una continua manutenzione  non riesce a tacitare i suoi critici che ne mettono in evidenza ,costantemente,  le insufficienze , le debolezze    storiche e  i fallimenti  delle strutture storiche e  degli approcci  classici.

Il medico era l’unico garante della buona medicina fino a pochi decenni fa e decideva autonomamente il comportamento per il malato, per i suoi familiari e per le professioni non mediche definite all’epoca come ausiliarie.

Oggi lo Stato gestisce in prima persona i servizi sanitari ,regola direttamente il rapporto professionale  dei medici, sia sul piano dell’organizzazione  che  su quello economico.

 Di fatto quindi  non si limita più  al compito  di semplice  di legittimazione  della professione.

 Siamo poi di fronte  ad  una vera e propria  laicizzazione della medicina  che  si caratterizza  per l’affidamento  delle   aspettative di cura e  sicurezze di salute  del cittadino   allargate ad altri attori  sociali che meglio sembrano garantire  la diminuzione  dell'incertezza dello stato di salute. E’ stato   un passaggio molto importante, perchè con la   scomparsa  della  figura paternalistica del medico si affollano ora  al capezzale del malato nuove  professioni spesso  in una posizione di conflittualità e di difesa della propria  autonomia professionale.  Mi chiedo quanto questa conflittualità  sia  dovuta  alle professioni   sanitarie  e alla loro professionalizzazione  o  quanto  invece  sia  dovuto al sistema organizzativo che  risente ancora   della  matrice positivista in cui e’ cresciuto  e soprattutto  in stretto  rapporto con la professionalizzazione medica.

 Il sistema organizzativo in sanità è, infatti, strutturato come un sistema meccanico    definito ex ante  rispetto  alle attività degli attori   che ne fanno parte. 

Si rifa’ a un modello in gran parte “tayloristico” come concezione e “fordistico” come attuazione ; un modello  in cui l’ottica meccanicistica, tende ad   aggravare i problemi anziché’ risolverli , proprio perché’  questa ottica  è  calata in un sistema complesso che richiederebbe invece  una conoscenza multidimensionale  o comunque dovrebbe aspirare  a questo  tipo di conoscenza.

  Prendiamo gli ospedali . L’ospedale non è un contenitore generico, come poteva esserlo fino a diversi decenni fa, l’ospedale è un insieme storico, dinamico, vitalizzato da tanti interessi ; direi che prima di tutto deve essere   strutturato per i cittadini utenti . Ecco allora la necessità di ospedali , ospedali organizzati in intensità di cura del paziente ,  dove possono insistere in modo paritario e integrato le diverse unità mediche specialistiche e sanitarie , dove si completa una congruenza verticale, livello di cura e assistenza appropriato al bisogno con l’ integrazione orizzontale, nel senso che   gli specialisti intervengono sui pazienti “ovunque essi siano”.

 Un’organizzazione di questo tipologia favorisce la collaborazione multidisciplinare e lo sviluppo di percorsi di cura più efficienti,  più efficaci , più equi  e a mio avviso meno conflittuali.

 L’ottica meccanicistica e la suddivisione  disciplinare  che ne consegue ,  e’ fra le cause maggiori  del  burn out degli operatori,  della insoddisfazione dell’utente   del danno e malfunzionamento  dei  servizio .

 Sono tutte idee  di una  organizzazione razionale  di fine ‘800 primi ‘900 e ancora oggi applicate  nonostante  la  nostra  società  sia   ora un sistema ipercomplesso, la realtà si  presenti   multidimensionale (sociale, psicologica, scientifica, economica, ecc.)

 Abbiamo bisogno  di un cambio di marcia !  Dobbiamo far ritornare  nei medici l’ottimismo e la voglia di credere nei valori autentici dell’arte medica. Ma quali  vanno ricercati e coltivati  ? 

 I presidi   della conoscenza e  dell’etica primariamente !

Qualche osservazione sul metodo. Ho riferito come il metodo scientifico in medicina sia sempre di più messo in discussione, da una parte nel rispondere alla stessa oggettività patologica, dall’altra nel fornire conoscenze sulla pluralizzazione di visioni del mondo che si ripercuotono nella concezione di salute-benessere.

 Si sta facendo strada   il concetto  che lo studio dei Sistemi Biologici e delle Scienze Comportamentali non può essere effettuato unicamente attraverso l’approccio meccanicista, perché appare chiaro che tali sistemi non si riducono ad una semplice somma delle parti e la comprensione della totalità non può essere conseguita attraverso l’analisi delle singole unità e successiva somma delle stesse. Io ritengo  che la medicina ufficiale non  debba  rinunciare  al proprio canone  e tanto meno al regime della prova che rappresenta il capitale scientifico a disposizione ma debba   accettare  la  sfida di un’  acquisizione  controllata  di nuove  epistemologie   che  si sviluppano su  un sistema di giudizio  non  più basato sulla prova  provata, ma  sul parere  dei  giudici e delle sedi giudicanti.

Dobbiamo indagare anche in altre direzioni con la consapevolezza che comunque qualsiasi nuova concezione epistemologica, risente inevitabilmente del clima culturale in cui nasce e si sviluppa ma consente di inquadrare scientificamente fenomeni prima non spiegabili, di affrontare problemi che precedentemente non erano risolti rivalutando anche terapie prima trascurate.

La medicina e’ sempre di piu’ una  scienza sociale  e quindi  storica  e a riprova  di cio’ ricordo anche il ruolo dirompente nei confronti della medicina ufficiale favorito dall’incontro di persone di culture diverse in società che si avviano a diventare multietniche; incontro che ha permesso la scoperta di sistemi terapeutici non convenzionali e che si sono dimostrati straordinariamente efficaci.

 Il ruolo della cultura pertanto è predominante rispetto ad una visione totalmente biologica delle condizioni del corpo.

Il ruolo della cultura sara’ ancora piu importante di converso nelle applicazioni   biotecnologiche, sul giudizio delle   conseguenze delle loro applicazioni ,opera di una convergenza scientifica tra nano-scienza, nano-tecnologia, biotecnologia e biomedicina (inclusa l'ingegneria genetica), le  tecnologie dell'informazione (incluse intelligenza artificiale ) e scienze cognitive (soprattutto la neuroscienza cognitiva).

Si parla oramai di strumenti necessari a supportare la cosiddetta medicina personalizzata (personalized health care)  con la prospettiva di nuovi agenti terapeutici e farmacologici non solo migliorativi ma potenziativi per l’uomo.

Saranno possibili le costruzioni di organi o di tessuti per il trapianto e la riparazione di funzioni sensoriali compromesse o il loro ampliamento.

Sono già codificati interventi che, poggiando sulle connessioni tra elettronica e sistema nervoso,attraverso nano-electronic e neuro-implants (neurobionics) consentirebbero di correggere difetti della vista o dell'udito o anche potenziarli.

Attenzione quindi !

Se ci limitiamo a definire gli scopi della medicina partendo dall'idea tradizionale centrale di integrità fisica, corriamo il rischio di espungere dalla medicina una parte attuale, cospicua di attività tecnologico- scientifica umana .

Qualsiasi riparo più o meno oggettivo, che la medicina potrebbe cercare, è destinato a sgretolarsi al primo impatto.

Penso che l'unico soggetto in grado di attribuire senso agli atti medici, anche nell'ambito più sicuro e tradizionale della medicina, sia il paziente; non vi è infatti scopo della medicina, definito da chicchessia, che non perda di senso e significato di fronte all'ultimo dei pazienti che, nella personale dimensione individuale, non lo riconosca come tale.

Occorrerà pertanto saper coniugare una tecnologia sempre più elevata con un’umanità relazionale altrettanto elevata e questa sarà la vera sfida del futuro sanitario.

Il consolidato binomio di “scienza e coscienza” che esprimeva le modalità operative del professionista, è già ora riduttivo e non basterà più.

 Occorrera’ reimpostare la relazionalità tra medico e paziente affidando a una prospettiva “sapienziale” questo antico e consolidato rapporto. Essere dotti !

L’indipendenza professionale, l’autonomia culturale, devono restare gli strumenti per armonizzare i fondamentali orizzonti della professione: quello scientifico e quello umanistico.        

Per questo aspetto nulla  deve  cambiare tra medico e paziente  e in questo modo continuiamo ad essergli debitori di conoscenza. Come diceva Marcel Proust: “una gran parte di quello che i medici sanno, è insegnato loro dai malati”.

La centralità del paziente  !

Il disagio   che oggi proviamo   nasce dal  dovere di :

-         fare tutto ciò che è scientificamente corretto, rispettando l’autonomia del paziente,

-          ricercare l’alleanza terapeutica e combattere gli sprechi,

-          rendere sempre più appropriata la prestazione,

-          essere in grado di giustificare il proprio operato.

Sono  situazioni che ci  mettono spesso con le spalle al muro.

   In questi giorni è infuocata la polemica sull’appropriatezza prescrittiva proposta dal governo della sanità per risolvere il problema dell’eccesso di esami, responsabili spesso di quella che è definita sovra diagnosi e spesso attuata come medicina difensiva da parte del medico.   Dobbiamo lottare per una forte autonomia!

Penso che l’attività medica abbia obbligatoriamente un carattere autonomo perché spetta alla professione decidere le rappresentazioni delle malattie e dei pazienti e scegliere come operare, fare o agire nei loro confronti.

Il carattere intellettuale non è il sapere del medico ma è nel decidere come scegliere o come usare le conoscenze.

Oggi il paziente rivendica la propria autonomia e le aziende sanitarie puntano a ridimensionare l’autonomia professionale perché considerata un ostacolo alla gestione preferendo di gran lunga alla figura di  un medico  consapevole ed autonomo   quella  del medico rispettoso  e osservante.  Ma cosi’ nascono  i problemi di burocratizzazione della professione!.

 La burocratizzazione subordina alla propria logica le stesse basi morali dell’assistenza sanitaria, rimodellando profondamente le  forme e i contenuti  dell’attività professionale medica.

La sua intrusione sta gradatamente  privando i medici del controllo della propria attività  lavorativa  che va assumendo sempre di più le caratteristiche di una merce venduta nel mercato sanitario in cambio di un salario.

Le conseguenze di tale processo di burocratizzazione del tutto evidenti sono il superamento dell’unicità della persona e di  ogni elemento di personalizzazione  nella relazione medico paziente a favore di una spersonalizzante oggettivazione .

Tutto ciò non significa  permettere arbitrii che non rispondano alla necessità  delle cure e della prevenzione  ma non significa neanche   che l’appropriatezza  debba essere usata come una clava  contro la professione per la sostenibilita’ del sistema  altrimenti il regresso nell’autonomia del medico induce di conseguenza lo scadimento del rapporto fiduciario e confidenziale tra curante e paziente con delegittimazione dello stesso.

Capisco che gli obbiettivi  della qualità totale delle cure  sanitarie debbano collimare  ,qualità nella applicazione concreta di tutti i passaggi  che reputo necessari per una vera promozione della salute ma  non possiamo permettere che questi obbiettivi   sia raggiunti  nell’equivalenza  medici  uguale  meccanici .

 Dobbiamo evitare assolutamente  di cadere  in quel contesto  di cui il sociologo Mark Field  faceva una analisi spietata ovvero del  ruolo del medico operante  nella ex Unione Sovietica : “il regime imponeva ai medici  di subordinare la loro lealta’ verso la professione e verso i pazienti  alla lealta’ nei confronti dello stato”.

Oggi fare il medico richiede di essere in grado, in modo nuovo rispetto al passato, di mettere insieme morale, scienza, economia, filosofia quindi di essere formato alla complessità e alla conciliabilità di fattori ugualmente possibili.  E allora  di fronte a questa esplosione di complessità è meglio non fidarsi troppo dell’evidenza come suggerimento alla modalità operative   e ragionare  invece di coerenza, di  epistemologia  appropriata , di accettabilità razionale, di razionalità certamente ma anche di ragionevolezza.

La convenienza del costo/beneficio alla base della qualità da ricercare non è solo l’economicità di una prestazione ma è un discorso più ampio.

Che senso ha risparmiare sui farmaci e sui dispositivi sanitari e poi invece di ricoverare di più o bloccare l’innovazione o peggio fare una cattiva scelta di programmazione odi gestione in un’azienda sanitaria!

 Il miglioramento dell’appropriatezza prescrittiva non può passare attraverso la creazione di una medicina totalmente amministrata, decisa centralmente senza coinvolgimento alcuno dei propri agenti.
 Il nuovo contesto operativo così articolato e complesso richiede,  pertanto,  chiarezza di identità professionale, compito della FNOMCEO,  schemi di riferimento trasparenti  che permettano  di  concretizzare il vero significato di governo clinico  favorendo  il coordinamento  dell’intero percorso di cura,  dove la misurazione degli esiti, la gestione del rischio;  l’appropriatezza come  la formazione continua  devono essere le finalità    a garanzia  del paziente .

 La professionalita’ e la formazione !

La formazione si deve misurare con nuove definizioni, nuovi orizzonti e legittimazioni che riformano il concetto essenziale stesso della  medicina.

   Ciò impone alle facoltà mediche di rivedere i curricula di studio e specializzazione,  che non rispondono più  ai nuovi bisogni ed alle nuove competenze richieste .

Vorrei  ricordare  che già nel 1995  la  risoluzione 48.8 dell’Assemblea Mondiale della Sanità aveva  elaborato un radicale ri-orientamento della formazione professionale  medica sulla base di nuovi paradigmi emergenti :       

Ecco allora il nostro appello al mondo accademico medico, spesso lento nell'adeguare l'offerta formativa ai bisogni del mercato del lavoro, perché’ si assuma la responsabilità nel governo di questa nuova situazione e non si nasconda dietro responsabilità di altri.

Il nuovo professionista medico dovrà essere responsabile in prima persona delle proprie azioni professionali verso i pazienti, dovrà modificare i propri comportamenti di lavoro e dovrà adottare modelli basati sulla reale partecipazione di tutto il variegato mondo delle professioni.

Dovrà essere capace di intervenire sia nella fase della pianificazione che del governo del proprio cambiamento e dei propri processi operativi; un  professionista  pertanto  che sappia governare un ambiente  ad elevata intensità di lavoro, altissimo livello di scolarizzazione e conflitto interprofessionale e che abbia, nel suo bagaglio culturale,  la conoscenza  di tecniche di gestione assai complesse che non hanno eguali in altri settori.

Il lavoro di gruppo, l'approccio multi-professionale, la leadership come capacità di ricomporre in un quadro unitario autonomie professionali forti e in relazione reciproca, potenzialmente conflittuale, sono, di certo, elementi essenziali, e non ancora sufficienti per determinare un miglioramento del servizio prodotto dalle organizzazioni sanitarie.

Mi avvio alle conclusioni  in questa giornata di festa  per i medici di Matera .

La professionalità sta alla base del contratto tra medicina e società e impegna il medico a fissare e mantenere standard di competenza e integrità.

 I principi e le responsabilità della professionalità medica devono essere ben chiari sia alla professione sia alla società e poiché’ essenziale al contratto è la fiducia del pubblico nei medici, diventa sempre più importante riaffermare i principi e i valori fondamentali e universali della professionalità, ideali che ogni medico deve perseguire.

Uno a mio avviso li sovrasta tutti ed è passato indenne nella storia: Il principio della centralità del benessere del paziente .

Principio che si basa su di un preciso impegno del medico ad operare nell’interesse del paziente. Ecco l’altruismo che alimenta la fiducia, che svolge un ruolo chiave nella relazione medico-paziente; dobbiamo lottare perché’ le forze di mercato, le pressioni sociali e le esigenze amministrative non compromettano questo principio.

 L’altruismo deve rimanere la bussola ideale per il medico anche se, come diceva il politologo Carl Schurz che in gioventù nel 19 secolo  fu un rivoluzionario tedesco,  “gli ideali  sono come le stelle , non li raggiungiamo mai  ma, come i naviganti  in mare , ci servono per  stabilire la rotta “.

Come direbbe  il celebre clinico  Guido Baccelli , ricordato  per essere  il Cicerone della medicina italiana  di fine Ottocento ,  vi ho proposto oggi  una  analisi moderna ma  ho chiuso con una sintesi antica . 

Maurizio Benato